mercoledì 19 aprile 2017

"Come fare" è il nuovo "che fare"?

Un mio piccolo omaggio per il centenario. Ci manchi tanto Vlad. Se qualcosa di immortale ci hai veramente insegnato questa cosa è il dovere di essere pragmatici senza per questo scadere in una cinica empiria. Purtroppo non hai avuto allievi alla tua altezza.

Questo fine settimana si vota per il primo turno delle elezioni presidenziali francese e le notizie importanti degli ultimi giorni riguardano il fatto che, sia pur non troppo probabile, non è più completamente velleitaria la speranza che Jean Luc Mélenchon possa andare al ballottaggio.

Delle contraddizioni del bravo militante medio della residuale sinistra radicale italiana ironizzavo già nel mio precedente pezzo e negli ultimi giorni la tendenza alla criminalizzazione preventiva si è addirittura esasperata.
Nella piccola ( inutile, ma a volte spassosa se la si sa osservare con sguardo sufficiente disincantato e cinico, lo ammetto ) bolla di chi ha barattato l'abbattimento e il superamento del capitalismo con la passione triste dell'Europa elevata a dimensione identitaria, deleteria impostazione politica che ad oggi vale per quasi tutti i militanti che siano fin qui sopravvissuti alla linea delle proprie dirigenze le quali con la propria idiozia hanno ottenuto di selezionarsi buona parte delle residuali basi a propria immagine e somiglianza, si fanno sempre di più gli esorcismi guardando alla Francia.
Alla sinistra francese, nemmeno alla Le Pen.
C'è chi si chiude gli occhi e nega l'evidenza regalandoci lo spassosissimo spettacolo del proprio regresso all'infanzia, sostenendo che nel programma di Mélenchon il piano B non ci sia affatto.
C'è chi direttamente punta il dito accusatore contro l'idea del protezionismo solidale e della possibilità della rottura dell'UE, affermando di non vedere differenze tra Mélenchon e la Le Pen, o Trump ( o Putin, che come nemico ideale va sempre molto bene e torna a fagiolo perchè in politica internazionale Mélenchon propone anche una politica di distensione e dialogo con l'odiato dittatore di tutte le Russie, contro il quale se non vuoi far la guerra umanitaria sei omofobo e rossobruno. ).

Questi ultimi, e credetemi non sono pochi, dimostrano a che livelli sia arrivata al demenza della sinistra ormai totalmente priva di categorie del pensiero politico di base.
Infatti con questa balzana e scomposta reazione a chi, badate bene, non ha affatto un programma barricadero contro il liberoscambismo o l'UE(M) ma solo un timidissimo piano B definito come extrema ratio in assoluto subordine al solito altreuropeismo che resta piano A, ciò che emerge in pieno non è tanto il contenuto di Mélenchon quanto il patologico identitarismo del rosé o rosabruno che dir si voglia.
Sostenendo una simile cazzata, il rosabruno attesta e certifica infatti che per lui a fare la differenza non sono:
- l'aperta islamofobia
- la generalizzata xenofobia
- il proponimento di abolire il già scarsissimo garantismo dell'ordinamento penale francese
- il non avere nulla da ridire su una forma di presidenzialismo così accentratore da poter essere quasi qualificato come un cesarismo costituzionalizzato
- e nemmeno lo sfacciato militarismo sciovinista.
Tutte tematiche ampiamente trattate in questa precedente analisi.
Problemi irrilevanti insomma; per il rosè tutto si gioca sull'europeismo come bandiera identitaria e una politica economica che resti nell'alveo di ciò che non possa essere definito come sovranista dalla stampa mainstream, dai pennivendoli del potere.
Insomma, il rosè è un montiano sotto mentite spoglie perché lui li vuole proprio, gli europeismi viscerali sbandierati come fattori identitari, i programmi di governo scelti e legittimati dai popoli sostituiti con le governance dei trattati cioè il liberismo a corso forzoso e le guerre umanitarie.

Dobbiamo in ogni caso ringraziare JLM e la sua campagna elettorale perché sta facendo venire allo scoperto tutti questi soggetti: se per il trinariciutismo avulso dal mondo reale il marker era stata già quasi due anni fa la vicenda di Tsipras e la difesa sperticata della sua firma in calce al terzo memorandum smentendo il risultato del referendum che lui stesso aveva convocato e vinto meno di una settimana prima, la campagna di JLM costringe invece a venire allo scoperto sulle prospettiva progettuali e identitarie in modo più profondo e esponendosi a danni non ancora compiuti, sbilanciandosi quindi sulle prospettive politiche che ci si vuol dare nel proprio paese e nelle proprie organizzazioni da prima di dover in qualsiasi modo giustificare o difendere - anche contro l'evidenza - cazzate già compiute.
Insomma, costringe a pronunciarsi preventivamente sulle cazzate che una persona intende o non intende compiere.
Tsipras ieri e Mélenchon oggi, nel bene e nel male, ci consentono almeno di completare la lista degli imbecilli e dei liberisti per sentito dire e/o ristrettezza di orizzonti; soggetti che Piero Pagliani avrebbe categorizzato come Maior in una delle varie occasioni nelle quali ha avuto ragione ed è stato estremamente acuto nel corso di questi anni, e sui quali non sarò io a decidere se Maior lo siano inconsapevolmente oppure surrettiziamente, né lascio ai posteri l'ardua sentenza perché credo che su costoro rapidamente potrà soltanto calare il meritato oblio.

Passiamo quindi, a questo punto, alle cose serie.

La campagna presidenziale francese e i relativi programmi dei candidati sono stati recentemente analizzati molto dettagliatamente da Jacques Sapir.
Le contraddizioni politiche di Sapir sono ai miei occhi numerose e pesanti anche se continuo a ritenere i suoi pareri tra i più autorevoli, da leggere assolutamente e sui quali tenersi aggiornati.
Dopo aver passato decenni della propria vita a fare appello per la deglobalizzazione da posizioni collaborative, anzi quaso organiche, rispetto  alla sinistra più radicale, ha deciso di supportare la deglobalizzazione chiunque la faccia riducendo l'intera dialettica politica alla dicotomia sovranisti vs- globalisti intesa come contraddizione principale di peso sufficiente ad oscurare il resto.
A mia volta ritengo questa, oggi, la contraddizione principale ma non ritengo che essa da sola possa oscurare tutto il resto.
Tuttavia un conto è andare d'accordo sulle conclusioni politiche, un altro essere intelligenti.
Non condivido le conclusioni di Sapir ma ne apprezzo l'intelligenza e non gli nego un grande acume come analista.

In uno dei suoi recenti articoli sulle elezioni francesi Sapir ha affermato un fatto che trovo ovvio, rispetto alla quale i "sovranaristi" più trinariciuti ( quelli che non svortano addestra, quelli che addestra ce so' sempre stati e cercano solo la scusa. Quelli che te lo spiegano da prima che Mélenchon è sicuramente un gatekeeper mentre la Le Pen la sa lunga, posizione dalla quale discende un sistematico appoggio alla lega in Italia. Faccio lo spiegone pe' capisse de sicuro ) han preferito fare orecchie da mercante ma che tuttavia era molto chiaro:
<Marine Le Pen propone ormai un programma politico che appare ben solido. In realtà è ovvio che qualsiasi trattativa con l’Unione Europea e l’Eurogruppo andrà rimandata a dopo che si saranno tenute le elezioni tedesche. Ma, se questo è logico, il programma della Le Pen è irrealistico. Qualora Marine Le Pen venisse eletta, inizierebbe immediatamente la speculazione. Alla Francia non rimarrebbe che rinunciare in modo spettacolare a ogni sua idea di uscita dall’euro, mettendo in campo impegni politicamente pesanti per rassicurare i mercati, o al contrario adottare misure di controllo sui capitali, il che significherebbe in pratica realizzare l’uscita dall’euro. A farla breve, i tempi dell’economia non sono gli stessi tempi della politica democratica.>
Ripeto e sottolineo visto che si tende a far finta di niente:
<i tempi dell’economia non sono gli stessi tempi della politica democratica>.O almeno, i tempi non coincidono a regole vigenti ma è inevitabile che si debba agire a regole vigenti.

Tale problema non può essere eluso anche se credo possa essere declinato in modo diverso da forze politiche tra loro differenti, sia a livello di identità politica sia riguardo al paese in cui operano e quindi al grado di europeismo delle opinioni pubbliche con le quali si confrontano, sia per le immediate prospettive di governo che possono, ovvero non possono avere, a breve termine in ragione della dimensione del consenso che raccolgono.
In concreto se sei un partito e/o una colazione/cartello ridotto al 3% e magari addirittura meno e c'è nel paese un 40% di persone che hanno capito che il problema esiste ( c'è, basta consultare in proposito una fonte che più ufficiale non si può, l'Eurobarometro della Commissione UE aggiornato a Novembre 2016 proprio sul tema futuro della UE ) e che per metà non si sentono rappresentati dalle forze politiche già esistenti perché non sono xenofobi e diversamente liberisti, quindi sono contrari alla Lega, e perché contemporaneamente non si fidano di m5s, ecco che hai un potenziale ampio bacino di espansione.
Può avere un senso che della questione parli apertamente, proponendo un programma che affronti il tema alla garibaldina. [ toc toc, a sinistra nessuno ascolta? Per il sostegno alle politiche di austerità e all'impostazione liberista dei trattati c'è già la destra economica, mentre per l'altroeropeismo non impegnativo della destra economica che cerca voti a sinistra, c'è già la posizione "Europa si ma non così" di Renzi oltre a tutti i partiti ufficiali e già esistenti della sinistra in via di estinzione nonché alla parte berlusconiana dell'ex centrodestra e una fetta consistente, forse maggioritaria, di m5s. Stiamo parlando insomma di uno spazio politico già saldamente presidiato e non contendibile. L'impostazione altereuropeista offre soltanto la prospettiva di una lenta e inutile estinzione, perché tutti gli spazi altereuropeisti sono già presidiati da opzioni numericamente più grandi e quindi più attrattive e convincenti, con maggiore potere contrattuale, di quanto potrebbe fare una ricomposta ennesima sinistra altereuropeista  ]
Ciò serve a riaggregare opinione intorno a un piano chiaro che tanto poi non sarai direttamente - non subito - chiamato a governare mentre se crescerai avrai tempo e modo di rimodulare la tua tattica.
Esempio pratico il Partito Comunista Portoghese: tema esplicito, programma con in chiare lettere i canonici 3 no degli antiunionisti comunisti o di sinistra consequenziali e cioè noUE-no€-noNato, in seguito confluito in alleanza di governo più grande, che non ha quella stessa linea, anche se dentro l'UE cerca disperatamente di "allargarsi gli spazi".
Finché sei a meno del 10% te la puoi giocare un po' come vuoi e dipende in pratica dagli interlocutori politici che hai oltre che dall'orientamento dell'opinione pubblica.

Se sei una forza che invece ha concrete speranze di aspirare subito al governo o comunque di essere il fulcro e l'azionista di maggioranza ( non come il PCP che è di minoranza ) di un governo, devi agire più cauto e coperto.
Devi spiegare che un problema c'è, esiste, ma devi prospettare soluzioni interlocutorie e dialoganti pur poggiate su un'analisi comprensibile e limpida in modo che il mondo intero non si metta a giocare al tiro al piccione fino a quando non ti sei saldamento messo una cadrega sotto il culo e non hai impugnato le redini dello stato.
Tradotto in termini brutali tutto questo ragionamento vuol dire che smantellare la ue(m) si può, anzi si deve, ma lo si può fare solo da una posizione di governo preparando l'operazione con calma, ponderatezza, e non prevedendo contromisure a problemi in atto quali ad esempio una massiva fuga di capitali o un'incontenibile impennata dei tassi d'interesse sui titoli del debito mentre da Francoforte avranno già cominciato a chiudere il fatale rubinetto dei soldi, ma predisponendole da prima di avviare il percorso, preventivamente.
Insomma, così come non si può fare il referendum sull'euro, non solo per motivi formali ma soprattutto perché esso darebbe il via libera ai mercati mentre non son state predisposte misure di controllo e governo degli stessi, non si può vincere una campagna elettorale sul medesimo tema senza che la finanza giochi d'anticipo.
Per lo stesso identico motivo: non puoi dire agli operatori di mercato che possono arricchirsi con una gigantesca speculazione ribassista e con una fuga di capitale e sperare che non lo facciano.Non è neanche remotamente un complotto o una congiura, si tratta del più ovvio e banale razionalissimo movente del profitto.
Chi sventoli ai quattro venti certi propositi come sta facendo la Le Pen nel proprio programma elettorale o è irresponsabile o fa finta di sostenere tali posizioni. Evidentemente possiamo dire altrettanto della Lega Nord.
Qualcuno lo riferisca alla Lega, ma anche a Bagnai....( splendido divulgatore e personalmente, ne son convinto, mosso da moventi in buona fede e sottoscrivibili, ma purtroppo incline a prendere solenni cantonate sui posizionamenti e sulle conclusioni politiche )

Ne consegue un altro paradosso: per tenersi aperta la possibilità di intraprendere certe iniziative quali una rottura unilaterale dell'eurozona il programma giusto è quello di Mélenchon.
Ho specificato che la rottura deve essere unilaterale perché non esistono altri modi plausibili per farlo, su questo non mi dilungo.
Un programma paraculo, quello di Mélenchon, ma necessariamente paraculo.
Un programma che parli esplicitamente del problema europeo nei suoi molteplici aspetti ma escluda  iniziative unilaterali pur legittimandone di fatto l'utilità; un programma per tenersi aperte tutte le porte e agire coperti, prevenendo la voglia e l'interesse di colpire d'anticipo.
Il paradosso è che molto probabilmente Mélenchon non vuole doverlo fare.
A tale proposito possiamo solo augurarci ciò che sibilinnamente lo stesso Mélenchon ha recentemente dichiarato: <attention, je ne suis pas Tsipras>
In fin dei conti questo potrebbe anche bastare, ci penserà Berlin...ehm....l'UE a far chiarezza, l'importante è che Mélenchon sappia, se sarà presidente, quale sia l'ovvio prospettiva del suicidio politico se seguirà le orme di chi l'ha preceduto.


Addendum.

Al paradosso numero 1 ( chi vuole la rottura dell'UE(M) deve legittimare politicamente il fatto di prepararla da una posizione di governo, ma non può pensare di andare al governo su quella parola d'ordine perché i mercati lo spellerebbero vivo in anticipo ) e al paradosso numero 2 ( con un programma paraculo e sibillino, che svisceri le ragioni di insostenibilità democratica dell'ue e economiche dell'uem, escludendo però iniziative unilaterali di rottura ma contemplando proposte di modifica cooperativa, pur sapendole in principio vane, si può andare al governo senza tradire il mandato se poi si rompe e stando abbastanza coperti da non essere spellato in anticipo. C'è anche il vantaggio politico dello scaricare la responsabilità politica della rottura sulle spalle degli irragionevoli e intransigenti partner nel caso in cui la propria opinione pubblica non fosse chiaramente in favore della rottura.  In questo caso francese però, chi ha il programma giusto, SE diventerà Presidente e comunque gliel'auguro, ci farà penare con 2 o 3 anni di inutili negoziati gestiti con la politica della seggiola vuota come faceva De Gaulle, per poi scoprire che il piano B è l'unico piano A possibile, perché paradossalmente nel piano A è proprio Mélenchon l'unico a crederci/sperarci ), si aggiunge anche il paradosso numero 3.
Il paradosso numero 3 è una specificità tutta italiana.
Se non fossero la masnada di buffoni che sappiamo e se non avessero al proprio interno almeno 14 spaccature tematiche sulla questione in gioco....tatticamente il modo di approcciarsi al problema del m5s sarebbe pure quello giusto.
Un referendum consultivo non vale niente ed è una proposta talmente tanto generica in campagna elettorale che nessuno sarebbe legittimato a giocare d'anticipo. Purché poi un ipotetico m5s fulcro di un futuro governo agisca senza frapporre referendum.
Ma intanto che un problema sussiste l'avrebbero detto.
Purtroppo temo siano del tutto inaffidabili.


Addendum II

Riguardo l'annosa questione come si fa la rottura dell'UE(M) una volta che si è al governo e si è deciso di fare il gran passo?, ormai è da  quasi un decennio che stiamo un po' tutti affastellando minchiate.
Lo stiamo facendo, credo, perché la soluzione è ovvia. Semplicissima e ce l'abbiamo sotto gli occhi.
Proprio per questo tendiamo a scartarla.
Però la soluzione ce la suggerì Luciano Gallino poche settimane prima di morire nei suoi ultimi articoli.
Un ulteriore aiutino per capire come politicamente e tecnicamente si governi un simile processo ce lo sta dando anche il primo ministro britannico Theresa May.
L'articolo 50 del trattato di Lisbona è la risposta.

Scriveva Gallino nel '15 poche settimane prima di morire:
Non sono necessari sfracelli per arrivare a tanto. Basta far ricorso all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, comprendente le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona il 1° gennaio 2009. Esso stabilisce che “ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione (paragrafo 1)”. Il paragrafo 2 precisa quali vie il procedimento di recesso deve seguire. Lo Stato che decide di recedere notifica l’intenzione al Consiglio europeo. L’Unione negozia e conclude un accordo sulle modalità del recesso. L’accordo è concluso dal Consiglio a nome dell’Unione.
Dalla lettura dell’art. 50 si possono trarre alcune considerazioni: a) la recessione avviene dopo un negoziato; b) il negoziato è condotto sotto l’autorità del Consiglio europeo, organo politico; c) è dato presumere che quando uno Stato notifica l’intenzione di recedere, determinate misure tecniche, tipo un blocco temporaneo all’esportazione di capitali dallo Stato recedente, siano già state predisposte in modo riservato.


Insomma, con l'articolo 50 si opera a bocce ferme, attraverso una normale negoziazione politica, in una cornice che permette di attuare le contromisure preventive per tutelare il paese senza nemmeno doverle interpretare come disobbedienza proattiva ai trattati da dentro l'Unione, col rischio di ritrovarsi come la Grecia nel '15, poiché tanto si sta uscendo e se ne è già dato comunicazione ufficiale.
La quadratura del cerchio, che consentirebbe per esempio di ragionare addirittura di sganciamenti morbidi e graduali superando i problemi tanto politici, cioè la tendenza a occultare ciò che va invece smascherato, quanto tecnici perché se anche fosse legale introdurli non ce lo permetterebbero, dei CCF.
A procedura avviata attraverso l'articolo 50 si potrebbero introdurre i CCF addirittura nella forma di banconote, come una vera e propria divisa complementare a diffusione nazionale, risolvendo il problema di doverli scontare come debito pubblico dopo 3 anni perché entro tale scadenza si sarà conclusa la procedura di sganciamento ed a quel punto, con un semplice decreto legge, tali CCF verranno trasformati in convertibili con l'estero diventando divisa nazionale a tutti gli effetti.
Un altro vantaggio sarebbe avere una popolazione già abituata ad usarli come denaro, risolvendo a monte tutti i problemi logisitici delle rotative rimesse in moto in segreto, coi camion camuffati che distribuiscono il contante prima dell'uscita per decreto e di nascosto un venerdì notte ( ma chi ci crede a sta roba? O meglio, chi ci ha mai creduto? )
Anche i problemi psicologici infine hanno il loro peso. Non raccontiamoci che una simile transizione possa essere politicamente gestita in maniera ordinata e serena senza provocare stress o panico da corsa agli sportelli nella popolazione.
La realtà è che solo un legittimo e riconosciuto - dall'UE stessa - sganciamento attraverso il ricorso all'articolo 50 permette di gestire tutti questi problemi in un colpo solo e in modo limpido e pulito.

Gallino non avrebbe condiviso il mio parere su questo punto, lo dico per onestà intellettuale e completezza d'informazione.
Infatti il professore argomentava come, pur non essendo letteralmente scritto così nei trattati, l'evoluzione degli accordi interstatali avvenuta negli ultimi anni avrebbe permesso interpretazioni per cui sarebbe stato possibile uscire con l'articolo 50 da alcuni trattati e non da tutti.
Magari tecnicamente è vero, ma politicamente è irrealistico.
Senza considerare che qua IL VERO PROBLEMA è l'antidemocraticità insanabile dei sistemi di governance multilivello che sono l'unico sistema di governo che si possa adottare all'interno dell'UE, in realtà, data la totale assenza di un demos e di un'opinione pubblica legittimante, nonché di una lingua veicolare comune che possa permettere di costruirli o almeno di rendere partecipe la maggioranza popolare delle scelte da compiere.
Insomma, dall'UEM bisogna uscire come conseguenza del fatto che innanzitutto bisogna lasciare l'UE.
Non c'è altro modo per essere consequenziali e per poter gestire uno sganciamento che non sia un bagno di sangue.

Il quasi decennio di pastrugni, casini, incongruità, piani scombiccherati, contraddizioni, dipende dalla generalizzata fisima mentale di quasi tutti, di voler sortir dall'euro tenendosi l'UE.
Non sta in piedi, non ha senso e anzi aumenta non di poco i pericoli.
Bisogna invece sortir dall'UE; la questione monetaria ne consegue.
La procedura per farlo, a bocce ferme, c'è: è li.
Ed è l'unica soluzione pulita e a bocce ferme.
La questione è *solo* di volontà politica.

Per questo bisogna completamente ribaltare il racconto politico della contraddizione europea: con la questione tecnica non ce la caveremo mai, il terreno determinante è quello della contraddizione politica della mancanza di democrazia.
Ci sarà sempre qualche anima misera ( o manipolata ), schiavizzata in voucher, ma ancor di più terrorizzata dall'ipotesi di poter essere salariata in lire.....
E non avremo mai una maggioranza popolare che abbia compreso i segreti dei tassi di cambio, dell'equilibrio dei saldi settoriali, eccetera.
Queste contraddizioni non vanno taciute ma devono essere secondarie rispetto alla spiegazione alla portata di chiunque della vera alternativa secca: quella tra UE e democrazia, tra UE e sovranità popolare ( quindi nazionale ), spiegando come e perché non sia sostenibile l'idea di costruire un megastato senza un popolo e senza una lingua veicolare, pensando infine di poterlo governare democraticamente.
Bisognerà infine spiegare come questo inconveniente non sia stato accidentale ma cinicamente preordinato: l'idea di liquidare la democrazia, che come minimo costringe i ceti dominanti a dover mediare sui propri interessi,
attraverso una restaurazione oligarchica dall'alto, è sempre stato il sogno inconfessabile di tutti i federalisti europei.
Da von Hayek alla Merkel fino alle borghesie comprandore dei paesi periferici che hanno guadagnato in autoreferenzialità nell'esercizio del potere dal vincolo esterno brandito quale moderno manganello di regime, passando anche per gli Einaudi e i suoi allievi Spinelli-Rossi-Colorni, i quali non ancora liberati dal confino e a guerra in corso dagli esiti incerti, in realtà si preoccupavano più di scongiurare la crescita del comunismo in Europa che di sperare che il nazifascismo venisse sconfitto.
Un dato totalmente espunto dalla narrazione unionista a reti unificate è che a fronte di una frangia di militanti del Partito d'Azione che teorizzava il federalismo europeo, negli stessi anni erano confinati a Ventotene anche:
Sandro Pertini, Luigi Longo, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia, Giovanni Roveda, Walter Audisio, Camilla Ravera, Giuseppe Di Vittorio.
Nessuno di loro firmò il manifesto, salvo Pertini che firmò sulla fiducia e ritirò la firma a lavoro ultimato dopo averne letto il contenuto.
I detenuti di solito tendono alla reciproca solidarietà, il punto è che costoro non erano d'accordo sui contenuti di merito, ma le forze che avevano alle spalle rappresentavano la stragrande maggioranza della Resistenza.
La Resistenza è stata combattuta per la pace, la libertà e la democrazia, non per fare gli stati uniti d'Europa.

Nota:
L'ultimo articolo di Luciano Gallino sopra citato è consultabile 
qui.

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