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mercoledì 6 aprile 2016

Il referendum e i pesci in faccia. [ popul post politically scorrect ]

Nella foto il trattamento GIUSTAMENTE riservato a chi, da sinistra, si ostina a non tratta il PD come merita, cioè da NEMICO.




Paradossi.
Sacrifichi spazi della tua vita personale e del poco che tempo che hai per partecipare a riunioni ( e per inciso vieni pure trattato di merda nonostante ti stia proponendo volontario per farti carico di un duro lavoro di attivismo civico/politico ) che hanno il fine di organizzare i comitati territoriali per il no al referendum costituzionale, e ti ritrovi burattini di partito che invece che con la bandiera arrivano con l'apartitica spilletta dell'Anpi, a spiegarti che questo referendum bisogna perderlo a tutti i costi.
Perché di fatto ti dicono che bisogna scegliere di non accettare lo scontro sul plebiscito pro o contro Renzi, ma andare al mercato rionale a spiegare alla sciura Maria di anni 78 che si sta comprando la cicoria, cosa cambierà nella sua vita spostando una virgola da qui a li nell'art. 117 comma 4 paragrafo 12 ter.
E questo significa mettersi nella inequivocabile condizione di perdere, perché il plebiscito è Renzi a volerlo e non possiamo impedire a chi controlla parlamento, governo e media di impostare una battaglia in un certo modo. Volenti o nolenti il terreno di scontro lo sceglie lui.
Ma su quello stesso terreno si può anche farlo inciampare, perché se Renzi, bisognoso di una legittimazione per via plebiscitaria in un referendum su di sé e sull'operato del suo governo, raccoglie ancora nel paese la maggioranza RELATIVA dei consensi, è pur vero anche che raccoglie pur sempre pure la maggioranza ASSOLUTA dell'astio ( e nel chiuso della cabina elettorale non vai a fare gli esami del sangue a chi vota NO, prendi i voti da chi vengono ).

Questa strategia suicida deriva dal fatto che i "cespuglietti" non vogliono tagliare i ponti dei rapporti col partito insieme al quale negoziano assessorati.
E ciò vale in particolare a Milano, ADESSO.

Per cui bisogna fare sta battaglia, ma impostarla in maniera perdente, senza l'unica parola d'ordine che può vincere ( 3 parole, semplici: Renzi - a - casa ), senza creare dissapori e rancori nei rapporti con gli esponenti del PD, dicendo che la "riforma" è bonapartista e autoritaria ma senza dire che chi la vota e promuove è autore di un tentativo di svolta autoritaria.
Insomma, fare campagna contro una "riforma" come se questa riforma fosse politicamente "figlia di nessuno".

RI-SI-BI-LE.

Ma dopo tutta questa fiera di ipocrisia mescolata a mancanza di coraggio, cosa succede?

Che direttamente "Nullità" ( ex L'Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci ) ti inizia la campagna dando al Presidente dell'ANPI, che l'aveva iniziata appunto denunciando la minaccia di svolta bonapartista senza però dire che il PD e Renzi sostengono progetti politici autoritari e antidemocratici, direttamente dell'inetto, del vecchio rincoglionito, e dello strumentalizzatore in malafede politica del proprio ruolo.
[ vedasi il deplorevole, al limite dell'infamia, articolo di Rondolino, rispetto al quale la redazione, guardailcaso, non si dissocia ].

Ora vedete, tutto questo è abbastanza surreale.

Perché queste istituzioni/ associazioni ( sindacati, cgil, Anpi, Arci, Salcazzo, Eccetera ) e questi piccoli partiti che si ostinano per opportunismi bieco a non recidere il cordone ombelicale che li tiene legati al partito-madre nutrendone gli apparati a nostre spese via elezione e distribuzione di cariche ai propri burocrati, comportandosi in questo modo e venendo trattati in questi modo, non solo sono ormai politicamente indifendibili ma sono plastica rappresentazione comico-grottesca del più totale vuoto politico.

E' come se una persona facesse una dichiarazione pubblica di amore e eterna fedeltà ad un/a consorte che lo cornifica bellamente ( senza che vi fosse preliminare accordo per costituire una coppia aperta ) a destra e a manca vantandosene pure apertamente al bar, da anni.
In questo modo non si costruisce niente, ci si fa solo mettere in ridicolo.
Si legittimano i Rondolino, che pure nel merito hanno il torto più bieco e marcio che si possa immaginare.

Se non fosse che in questa circostanza, sul risultato del referendum, rischiamo tutti la prospettiva della definitiva eutanasia del poco che resta della nostra democrazia comprese milioni di persone sveglie che non si meritano un simile scenario, verrebbe quasi da dire che i vari Smuraglia, presenti e passati, piccoli e grandi, di livello nazionale o anche solo locali, giovani o anziani, di essere trattati con simili pesci in faccia, in fondo se lo meritano pure.

martedì 8 marzo 2016

Referendum Costituzionale: i 15 motivi di Zagrebelsky per dire NO.


Voglio oggi riportare un importante articolo del prof. Gustavo Zagrebelsky, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, che con grande linearità logica, consequenzialità e precisione enumera le ragioni per votare NO al referendum sulle modifiche costituzionali.

Voglio inoltre segnalare che questo articolo, riportato in ampi stralci il giorno 6 Marzo su Il Fatto Quotidiano, nei propri punti 2 e 14 mette, tra le altre cose, in ampia evidenza come l'Europa e la spoliazione di sovranità abbiano molto a che spartire con questa "riforma", e che anche per questo occorre votare NO.

Con amarezza sottolineo ancora una volta come ciò che dice nientemeno che Gustavo Zagrebelsky, trovi orecchie sorde nei burattini dei partiti - sedicenti di sinistra - che appoggiano il referendum molto timidamente essendo tutti preoccupati a che la propaganda per il NO non assuma tagli apertamente antipiddini ( menchemeno antieuropeisti e sovranisti ).
Infatti mi è capitata assemblea nei giorni immediatamente precedenti all'uscita di questo articolo nella quale militanti di 3 diverse associazioni sovraniste, democratiche, e di sinistra, hanno avanzato le stesse identiche tematiche proposte dal professore, e la reazione dei burattini di partito è stata di immediata e scandalizzata chiusura.

Anche per questo mi rivolgo a tutti i miei compatrioti e compatriote, democratici e socialisti: diamoci dentro e buttiamoci anima e corpo nella costituzione di comitati locali, perché al di la della retorica che equivale solo ad una caccia di visibilità, i partiti, questo referendum, mirano a perderlo perchè col PD devono continuare a negoziare assessorati.

1. Diranno che "gli italiani" aspettano queste riforme da vent'anni (o trenta, o anche settanta, secondo l'estro)
Noi diciamo che da quando è stata approvata la Costituzione - democrazia e lavoro - c'è chi non l'ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo, lecito e illecito, di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Chi ha un poco di memoria, ricorda i nomi Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, Giovanni Di Lorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, per non parlare di quella corrente antidemocratica nascosta che di tanto in tanto fa sentire la sua presenza nella politica italiana. A costoro devono affiancarsi, senza confonderli, coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione spostandone il baricentro a favore del governo o del leader: commissioni bicamerali varie, "saggi" di Lorenzago, "saggi" del presidente, eccetera. È vero: vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente "la volta buona". Ma questi non sono certo "gli italiani", i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, il tentativo che, più di tutti gli altri sembrava vicino al raggiungimento dello scopo. A coloro che vogliono parlare "per gli italiani", diciamo: parlate per voi.

2. Diranno che "ce lo chiede l'Europa"
(.) Diteci che cosa rappresenta l'Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla "fiducia degli investitori" e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l'Europa ha bisogno d'istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch'essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al "caro primo ministro", contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all'invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Dite: "Ce lo chiede l'Europa" e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da "analisti" di banche d'affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le "riforme" in corso nel nostro Paese. (.) A chi dice: ce lo chiede l'Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l'Europa alla quale volete dare risposte?

3. Diranno che le riforme servono alla "governabilità"
(..) "Governabile" è chi si lascia docilmente governare e chiediamo: chi si deve lasciar governare e da chi? Noi pensiamo che occorra "governo", non governabilità, e che governo, in democrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell'abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione. Questa è la governabilità. A chi dice "governabilità" noi rispondiamo: partecipazione e governo democratico.

4. Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l'organo della democrazia
Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l'appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza abnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell'elezione come una specie di golpe elettorale, per avere "rotto il rapporto di rappresentanza" (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l'esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente.
Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un'idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo d'una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. (.) È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell'informazione e da parte di non poca "dottrina" costituzionalistica, si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un'ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l'incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. (.)

5. Parleranno di atto d'orgoglio politico dei parlamentari, finalmente capaci di "autoriformarsi" senza guardare al proprio interesse
Noi parliamo, piuttosto, d'arroganza dell'esecutivo. Queste riforme sono state avviate dall'esecutivo con l'impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell'esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all'approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature (strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall'opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull'approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma, sempre che voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza). Questo non è il primato della politica, ma delle minacce e degli allettamenti. Se volete parlare di politica, noi diciamo: sì, ma sapendo che è mala politica.

 6. S'inorgogliranno chiamandosi "governo costituente"
Noi diciamo che il "governo costituente", in democrazia, è un'espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale e garanzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere. Il popolo e la sua rappresentanza, in democrazia, possono essere "costituenti". I governi, poiché sono espressione non di tutta la politica, ma solo d'una parte, devono stare sotto la Costituzione, non sopra come credono invece di stare d'essere i nostri riformatori che si fanno forti dello slogan "abbiamo i numeri", come se avere i numeri, comunque racimolati, equivalga all'autorizzazione a fare quel che si vuole. (.)

7. Diranno che l'iniziativa del governo nelle faccende costituzionali non ha nulla d'anormale e, quelli che sanno, porteranno l'esempio della Francia, del generale De Gaulle e della sua riforma costituzionale del 1962.
Noi ci limitiamo a porre queste domande: credete davvero d'essere dei nuovi De Gaulle, il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al momento della liberazione? E di poter paragonare l'Italia di oggi alla Francia d'allora? La riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate "disinteressatamente" nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all'ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma del Senato. (.)

8. Diranno che, anche ad ammettere che la riforma abbia avuto una genesi non democratica e un iter parlamentare telecomandato nei tempi e nei contenuti, alla fine la democrazia trionferà nel referendum confermativo.
Noi diciamo che la riforma forse sottoposta al giudizio degli elettori porta il segno della sua origine tecnocratica unilaterale e che il referendum richiesto dallo stesso governo che l'ha voluta lo trasformerà in un plebiscito. Non si tratterà di un giudizio su una Costituzione destinata a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica. (.) Avremo una campagna referendaria in cui il governo avrà una presenza battente, come se si trattasse d'una qualunque campagna elettorale a favore di una parte politica, e farà valere il "plusvalore" che assiste sempre coloro che dispongono del potere, complice anche un'informazione ormai quasi completamente allineata.

9. Diranno che non c'è da fare tante storie, perché, in fondo si tratta d'una riforma essenzialmente tecnica, rivolta a razionalizzare i percorsi decisionali e a renderli più spediti ed efficienti
Noi diciamo: altro che tecnica! È la razionalizzazione d'una trasformazione essenzialmente incostituzionale, che rovescia la piramide democratica. Le decisioni politiche, da tempo, si elaborano dall'alto, in sedi riservate e poco trasparenti, e vengono imposte per linee discendenti sui cittadini e sul Parlamento, considerato un intralcio e perciò umiliato in tutte le occasioni che contano. La democrazia partecipativa è stata sostituita da un sistema opposto di oligarchia riservata. (.) Le "riforme" costituzionali sono in realtà adeguamenti della Costituzione a questa realtà oligarchica. Poiché siamo per la democrazia, e non per l'oligarchia, siamo contrari a questo adeguamento spacciato come riforma.

10. Diranno che i partiti di sinistra, già al tempo della Costituente, avevano criticato il bicameralismo (cuore della riforma) e che perfino Pietro Ingrao, ancora negli anni 80, si espresse per l'abolizione del Senato
Noi diciamo: andate a leggere i resoconti di quei dibatti e vi renderete conto che si trattava, allora, di semplificare le istituzioni parlamentari per dare più forza alla rappresentanza democratica e fare del Parlamento il centro della vita politica (si parlava di "centralità del Parlamento"). La visione era quella della democrazia partecipativa o, nel linguaggio di Ingrao, della "democrazia di massa". Oggi è tutto il contrario: si tratta di consolidare il primato dell'esecutivo emarginando la rappresentanza, in quanto portatrice di autonome istanze democratiche. (.)

11. Diranno che siamo come i ciechi conservatori che hanno paura del nuovo, anzi del "futuro-che-è-oggi", e sono paralizzati dal timore dell' "uomo forte"
Noi diciamo che a noi non interessano "riforme" che riforme non sono, ma sono "consolidazioni" dell'esistente: un esistente che non ci piace affatto perché portatore di disgregazione costituzionale e di latenti istinti autoritari. Questi istinti non si manifestano necessariamente attraverso l'uso esplicito della forza da parte di un "uomo forte". Questo accadeva in altri, più primitivi tempi. Oggi, si tratta piuttosto dell'occupazione dei posti strategici dell'economia, della politica e della cultura che forma l'ideologia egemonica del momento. Questo è ciò che sta accadendo manifestamente e solo chi chiude gli occhi e vuole non vedere, può vivere tranquillo. Si tratta, per portare a compimento questo disegno, di eliminare o abbassare gli ostacoli (pluralismo istituzionale, organi di controllo e di garanzia) che frenano il libero dispiegarsi del potere che si coagula negli organi esecutivi. Non occorre eliminarli, ma normalizzarli, ugualizzarli, standardizzarli, il che significa l'opposto del far opera costituente.

12. Diranno che siamo per l'immobilismo, cioè che difendiamo l'indifendibile: una condizione della politica che non ha mai toccato un punto così basso in tutta la storia repubblicana, mentre loro vogliono rianimarla e rinnovarla
Noi opponiamo una classica domanda alla quale i riformatori costantemente sfuggono: sono più importanti le istituzioni o coloro che operano nelle istituzioni? La risposta, che sta non solo in venerandi scritti sulla politica e sulla democrazia - che i nostri riformatori, con tranquilla e beata innocenza mostrano d'ignorare completamente - ma anche nelle lezioni della storia, è la seguente: istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che è loro affidato, mentre la più perfetta delle costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata. Per questo noi diciamo: non accollate a una Costituzione le colpe che sono vostre. (.)

13. Diranno: non ve ne va bene una; la vostra è una opposizione preconcetta. Non siete d'accordo nemmeno sull'abolizione del Cnel e la riduzione dei "costi della politica"?
Noi diciamo: qualcosa c'è di ovvio, su cui voteremmo pure sì, ma è mescolato, come argomento-specchietto, per far passare il resto presso un'opinione pubblica orientata anti-politicamente. A parte il Cnel, che in effetti s'è dimostrato in questi anni una scatola quasi vuota, la riduzione dei costi della politica avrebbe potuto essere perseguito in diversi altri modi: riduzione drastica del numero dei deputati, perfino abolizione pura e semplice del Senato in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci. Non è stato così.
Si è voluto poter disporre d'un argomento demagogico che trova alimento nella lunga tradizione antiparlamentare che ha sempre alimentato il qualunquismo nostrano. Avere unificato in un unico voto referendario tanti argomenti tanto diversi (forma di governo e autonomie regionali) è un abile trucco costituzionalmente scorretto, che impedisce di votare sì su quelle parti della riforma che, prese per sé e in sé, risultassero eventualmente condivisibili. Voi dite di voler combattere l'antipolitica, ma proprio voi ne esprimete l'essenza. (.)

14. Diranno: come è possibile disconoscere il serio lavoro fatto da numerosi esperti, a incominciare dai "saggi" del presidente della Repubblica, passando per la Commissione governativa, per le tante audizioni parlamentari di distinti costituzionalisti, fino ad approdare al Parlamento e al ministro competente per le riforme costituzionali. Tutto ciò non è per voi garanzia sufficiente d'un lavoro tecnicamente ben fatto?
(.) Le questioni costituzionali non sono mai solo tecniche. A ogni modifica della collocazione delle competenze e delle procedure corrisponde una diversa allocazione del potere. Nella specie, ciò che si sta realizzando, per l'effetto congiunto della legge elettorale e della riforma costituzionale, è l'umiliazione del Parlamento elettivo davanti all'esecutivo; l'esecutivo, un organo che, non essendo "eletto", potrà derivare dall'iniziativa del presidente della Repubblica che, dall'alto, potrà manovrare - come è avvenuto - per ottenere la fiducia della Camera.
Quanto poi alla bontà del testo di riforma dal punto di vista tecnico, ci limitiamo a questo esempio, la definizione delle competenze legislative da esercitare insieme dalla Camera e dal Senato (sì, il Senato rimane, il bicameralismo anche e, se la seconda Camera non si arenerà su un binario morto, i suoi rapporti con la prima Camera daranno luogo a numerosi conflitti): "La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per (sic!) le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'art. 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella (?) che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore e di cui all'art. 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116 terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma".
Se questo pasticcio è il prodotto dei "tecnici", noi diciamo che hanno trattato la Costituzione come una legge finanziaria o, meglio, come un Decreto milleproroghe qualunque: sono infatti formulati così. Quanto ai contenuti, come possono i "tecnici" non aver colto le contraddizioni dell'art. 5, noto perché su di esso si è prodotta una differenziazione nella maggioranza, poi rientrata. Riguarda la composizione del Senato e non si capisce se i senatori rappresenteranno le Regioni in quanto enti, i gruppi consiliari oppure le popolazioni; non si capisce poi se saranno effettivamente scelti dagli elettori o dai Consigli regionali. Saranno eletti - si scrive - dai Consigli regionali "In conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri". Ma, se queste scelte saranno vincolanti, non ci sarà elezione ma, al più ratifica; se non saranno vincolanti, come si può parlare di "conformità".
Un pasticcio dell'ultima ora che darà filo da torcere a che dovrà darne attuazione: parallele convergenti, quadratura del cerchio. Agli autorevoli fautori di norme come queste, citate qui a modo d'esempio chiediamo sommessamente: dite con parole vostre e con parole chiare che cosa avete voluto. (.) Questi tecnici non hanno dato il meglio di sé, forse perché hanno dovuto nascondere nell'oscurità l'assenza di chiarezza che ha regnato nella testa di coloro che hanno dato loro il mandato di scrivere queste norme. Loro non lo diranno, ma lo diciamo noi. Nella confusione, una cosa è chiara: l'accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell'esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare. Orbene, noi della Costituzione abbiamo un'idea diversa: patto solenne che unisce un popolo sovrano che così sceglie come stare insieme in società. "Unisce"? Questa riforma non unisce ma divide. Non è una costituzione, ma una s-costituzione. "Popolo sovrano"?
Dov'è oggi svanita la sovranità, quella sovranità che l'art. 1 della Costituzione pone nel popolo e che l'art. 11 autorizza bensì a "limitare", ma precisando le condizioni (la pace e la giustizia tra le Nazioni) e vietando che sia dismessa e trasferita presso poteri opachi e irresponsabili? È superfluo ripetere quello che da tutte le parti si riconosce: per molte ragioni, il popolo sovrano è stato spodestato. Se manca la sovranità, cioè la libertà di decidere da noi della nostra libertà, quella che chiamiamo costituzione non più è tale. Sarà, al più, uno strumento di governo di cui chi è al potere si serve finché è utile e che si mette da parte quando non serve più. La prassi è lì a dimostrare che proprio questo è stato l'atteggiamento sfacciatamente strumentale degli ultimi anni: la Costituzione non è stata sopra, ma sotto la politica e perciò è stata forzata e disattesa innumerevoli volte nel silenzio compiacente della politica, della stampa, della scienza costituzionale. Ora, la riforma non è altro che la codificazione di questa perdita di sovranità. Apparentemente, la vicenda che stiamo vivendo è una nostra vicenda. In realtà, chi la conduce lo fa in nome nostro ma, invero, per conto d'altri che già hanno fatto il bello e il cattivo tempo nei Paesi economicamente, politicamente e socialmente più deboli e s'apprestano a continuare. Per questo, chiedono governi che non abbiano da dipendere dai parlamenti e, ove sia il caso, dispongano di strumenti per mettere i parlamenti, rappresentativi dei cittadini, nelle condizioni di non nuocere.
Seguiamo questa concatenazione: la Costituzione è espressione della sovranità; se manca la sovranità, non c'è costituzione. La Costituzione e il Diritto costituzionale, con la sedicente riforma costituzionale, s'avviano a mantenere il nome, ma a perdere la cosa. L'impegno per il No al referendum ha, nel profondo, questo significato: opporsi alla perdita della nostra sovranità, difendere la nostra libertà. Post scriptum: C'è poi ancora un altro argomento che, per la sua stupidità, abbiamo esitato a inserire nella lista di quelli meritevoli d'essere presi in considerazione. È già stato usato ed è destinato a essere ripetuto in misura proporzionale alla sua insensatezza. Per questo, non lo ignoriamo semplicemente, come forse meriterebbe, ma lo collochiamo alla fine, a parte.

15. Diranno: sarà divertente vedere dalla stessa parte un Brunetta e uno Zagrebelsky
Noi diciamo: non fate torto alla vostra intelligenza. Come non capire che si può essere in disaccordo, anche in disaccordo profondo, sulle politiche d'ogni giorno, ma concordare sulle regole costituzionali che devono garantire il corretto confronto tra le posizioni, cioè sulla democrazia? In verità, chi pensa di vedere in questa concordanza un motivo di divertimento, e non una seria ragione per dubitare circa il valore dei cambiamenti costituzionali in atto, non fa che confessare candidamente un suo retro-pensiero. Questo: che tra una Costituzione e una legge qualunque non c'è nessuna differenza essenziale; che, quindi, se sei in disaccordo politico con qualcuno, non puoi essere in accordo costituzionale con lui, perché tutto è politica e nulla è costituzione. A noi, questo, non sembra un modo di pensare rassicurante.


Fonte



Addendum:

Come già altre volte nella storia non l'abbiamo voluta noi, non l'ha voluta il popolo, questa guerra.
Ci hanno arruolati senza chiederci permesso e consenso, e ci hanno spediti in linea a farci macellare nel nome degli interessi di lorsignori, ma adesso, ci piaccia o meno, la Repubblica è sulla linea del Piave.
Su questa linea bisogna resistere e deve essere chiaro che la linea è QUESTA, il giorno dopo faremo i conti con lorsignori.





lunedì 7 marzo 2016

Le basi, santo cielo....


Mi è recentemente capitato di partecipare a una assemblea che avrebbe dovuto servire per verificare la possibilità di costituire un comitato di zona, facente riferimento al Coordinamento Democrazia Costituzionale, per organizzare la propaganda per il NO al referendum sulla riforma costituzionale, che si terrà tra ottobre e novembre.

Giro di presentazioni.
Ho avuto l'imperdonabile ardire di affermare che secondo me questa riforma costituzionale, intensamente voluta da PD ( nonononononono, il referendum non va inteso come anti PD, mi hanno immediatamente bacchettato! ), non può essere considerata come una svolta verso una brutta forma di presidenzialismo senza contrappesi, ma come una secca svolta verso il bonapartismo, ragion per cui la "riforma" e chi la porta avanti va combattuta strenuamente anche per motivo di insindacabile antifascismo ( gelo.....se la riforma è parafascista, lo è anche chi la sostiene, ma come già detto non bisogna assumere tagli apertamente antipiddini ).

A quel punto ho insistito, sottolineando che un simile bonapartismo è indispensabile alle classi e agli interessi dominanti in questa fase storica e economica, in modo di avere un governo che prescindendo da qualsiasi consenso popolare, possa prendere decisioni rapide per assecondare i desiderata dei mercati ( citando di chiarazione di J.P. Morgan di quasi 3 anni fa, che suggeriva di liberarsi delle costituzioni antifasciste e parasocialiste ), e che questi mercati hanno un preciso rappresentante istituzionale che si chiama Unione Europea.
Quindi ho concluso affermando che il referendum per il NO è una linea del Piave, per non permettere a Renzi e al PD di introdurre il bonapartismo e insieme anche per rivendicare la sovranità democratica del nostro Paese rispetto all'Unione Europea, dato che questa riforma non è altro che un adeguamento nei principi della nostra Carta Costituzionale ai principi fondativi della UE.

A quel punto mi sento rispondere da della gente dell'Anpi: <sentiamo che c'è molto "sovranismo" in questa sala.....>
E via con le allusioni sul fatto che ciò equivarrebbe a fascismo automaticamente....

Faccio a quel punto notare alla rappresentante territoriale dell'Anpi: <guarda cara che la rivendicazione della sovranità non è affatto in sé una cosa di destra, se un movimento è fascista lo capisci se ha un taglio sciovinista in politica estera e se ha una concezione organicista e corporativista della società, in altre parole per i fascisti non esiste la lotta di classe.>

Risposta: "ma che c'entra". [ le virgolette perché, purtroppo, la risposta è testuale....]
Esatto, che c'entrano col fascismo l'organicismo e il corporativismo?

Questo è il livello di chi, per parare il culo al PD, si tira in realtà indietro da una battaglia di antifascismo e contemporaneamente pretende di farti le analisi del sangue.

Ci sono  funzionari Anpi che non sanno tecnicamente cosa sia il fascismo.
In che mani siamo!

martedì 9 febbraio 2016

2016: M5S all'esame di maturità.




Poco importa sentirsi più o meno sostenitori o detrattori del M5S; se non si condivide la deriva neo bonapartista del PD renziano e il violento scasso degli assetti istituzionali del nostro Paese, funzionali al mantenimento al governo di interessi antipopolari e di una agenda liberista con lo scopo di obbedire ai diktat europei e compiacere i mercati, bisogna fare i conti con una fredda realtà numerica.
Essa ci dice che attualmente, M5S, è l’unico soggetto politico che può impedire al PD e all’UE di fare quel che vogliono del nostro Paese.
Chiunque voglia sostenere una agenda politica che si caratterizzi come antisistemica rispetto all’ordine neoliberista e europeista, per questo motivo numerico, gioco forza non può ignorare quali saranno le scelte tattiche e strategiche del M5S.
L’anno appena iniziato ci ha già dato precisi segnali del fatto che sarà molto agitato e turbolento; contraddizioni molto gravi verranno al pettine e gli esiti potrebbero scompagineranno il quadro politico.
Dobbiamo premettere quali siano le questioni politiche che movimenteranno il 2016:
a) in un mese soltanto, con ieri, abbiamo già avuto almeno 2 giorni nel corso dei quali gli indici di borsa hanno segnato un autentico tracollo
b) il sistema bancario italiano risulta attualmente essere un colabrodo. Le inchieste giudiziarie intorno a Banca dell’Etruria e Banca delle Marche – Monte dei Paschi di Siena incombe sempre sullo sfondo - sono solo la punta dell’iceberg. Herr Schäuble sta passando all’incasso, questo è il vero problema. Classe politica e ceti dominanti in Germania sembrano sempre più convinti di aver ottenuto il massimo possibile dall’eurozona, e stanno cercando di massimizzare gli utili a breve termine senza più preoccuparsi troppo del domani ( rispetto al quale con tutta evidenza hanno già un piano di riserva ), questo anche a costo di condurre l’eurozona al punto di rottura. In questo momento, a essere sotto attacco, è il sistema bancario italiano.
c) L’Unione Europea non sta facendo nulla per arginare la rapacità degli interessi tedeschi dei quali, al contrario, dimostrano solo una volta di più di essere i portavoce.
d) I dati sui flussi di capitali in Target 2, tra la fine del 2015 e il primo mese del 2016, ci dicono chiaramente che i mercati non stanno credendo nella tenuta dell’eurozona e che stanno organizzando la fuga. Questo fenomeno riguarda ormai anche i piccoli risparmiatori. Probabilmente siamo di fronte a ciò che i tecnici son soliti chiamare col nome di profezia autoavverante.
e) l’Italicum, la nuova legge elettorale se mai possibile addirittura peggiore del precedente Porcellum, è stata approvata nel corso dell’anno scorso e entrerà in vigore a partire da luglio di quest’anno. Fatto inedito nella storia, l’approvazione di una legge elettorale dilazionata nel tempo, ma non privo di motivo. L’Italicum è infatti una legge elettorale studiata in funzione di un sistema monocamerale, cosa che attualmente non siamo.
f) Nel frattempo è però stata approvata anche la riforma costituzionale del trio Boschi-Renzi-Verdini, che risolverebbe la contraddizione di cui al punto e) trasformando il senato in una camera non elettiva di nominati dediti ad attività diverse dall’assemblea dei deputati. Siccome la riforma costituzionale è stata approvata a maggioranza assoluta e non qualificata e il governo Letta non fece in tempo a cambiare l’articolo 138 della Costituzione, si terrà in ottobre-novembre un referendum confermativo senza quorum per approvare o bocciare la riforma costituzionale.
g) Italicum e riforma costituzione sono, quindi, strettamente collegate. Se cade la riforma costituzionale, necessariamente, cade anche l’Italicum
h) questa battaglia politica si sovrapporrà allo scontro tra Renzi e l’Unione Europea, che potrebbe anche essere uno scontro vero e non solo una messa in scena.

Naturalmente non ci illudiamo che lo scopo di Renzi sia quello di cambiare segno alla politica economica del proprio governo; Renzi può al massimo essere interessato a praticare neoliberismo con altri mezzi, se mai dovesse capitare che l’eurozona arrivi al punto di rottura durante la sua reggenza.
Il suo problema è il non potersi permettere di obbedire in maniera aperta e smaccata ai diktat europei perché l’impopolarità dei provvedimenti da essi imposti lo brucerebbe politicamente, e lui lo sa bene. Per questo ha bisogno di negoziare margini di flessibilità che l’UE non vuole concedere.

Dentro questo turbolento e contradditorio scenario nel quale il futuro di Renzi e del PD non sono garantiti, come sceglierà di muoversi il M5S?
Capirlo avrebbe estrema importanza perché ci stiamo giocando la Costituzione, motivo per cui è indispensabile opporsi al governo, ma stiamo contemporaneamente rischiano un commissariamento a viso aperto da parte dell’Unione Europea.
I primi segnali, purtroppo, non sono confortanti.
Nelle ultime settimane infatti non si capisce bene quali siano le intenzioni di Beppe Grillo, che sembra quasi essersi stancato della propria creatura politica.
Ciò sarebbe un male perché Grillo, politico sempre in bilico tra populismo e demagogia, è certamente difficile da inquadrare ma è provvisto di una propria forte carica antisistemica; una sua ricollocazione di più basso profilo all’interno del M5S indicherebbe che si è svolta una lotta di potere vinta da Casaleggio e tra le due si tratta certamente dell’ipotesi peggiore.
Il primo passaggio difficile per il Movimento è stata la vicenda di Quarto sulla quale il PD, e la stampa cui il PD tira i fili, hanno montato un caso nazionale. Evidentemente è ridicolo che il PD punti il dito contro il M5S per una vicenda puerile come quella di Quarto, nella quale la sindaca era stata pure vittima e non carnefice e non aveva ceduto alle richieste indebite. Ma il cosidetto direttorio ha perso la testa di fronte alla campagna di stampa e invece di reggere il punto ha scaricato la propria stessa sindaca.
Una compagine politica che dimostra nervi così saldi - ci tocca necessariamente domandarcelo - può esprimere personale politico in grado di reggere una settimana di waterboarding durante l’eurogruppo, o in grado di non perdere il controllo dei nervi di fronte ad un crack borsistico e a un incremento dello spread come quello del tardo autunno 2011? Questo è un primo grave problema.
Negli ultimissimi giorni il PD è nuovamente tornato all’attacco dipingendo M5S come campioni dell’oscurantismo, neanche fossero stati loro ad organizzare il family day, perché dal sito del Movimento è giunta indicazione per la libertà di coscienza rispetto all’approvazione del dl Cirinnà in discussione proprio in questi giorni.
Chi scrive è favorevole ad una rapida approvazione del dl Cirinnà, pur ritenendolo un compromesso al ribasso assai poco coraggioso, e non è in linea di principio entusiasta rispetto al cambiamento di linea del M5S su questa tematica che era stata anche sottoposta a referendum degli iscritti, il cui esito è stato a questo punto sconfessato.
Tuttavia riconosco che su una questione etica, pur essendo contrario all’opinione di chi non se la sente di votare il dl Cirinnà, la libertà di coscienza un proprio senso ce l’ha.
Oltre a questo tale scelta politica avrebbe il proprio senso anche da un punto di vista tattico: il PD a questo punto si è infatti speso sull’approvazione di questa legge che però congela i rapporti col nuovo centrodestra di Alfano, e oltre a questo le defezioni nelle fila del PD saranno maggiori che tra le fila del M5S. La scelta della libertà di coscienza, quindi, mette a rischio l’approvazione della legge ma scarica le colpe dell’eventuale fallimento, in misura molto maggiore, sul PD stesso.
Si tratta quindi di un gioco molto cinico, ma purtroppo la politica è fatta anche di questo.
Certo bisognerebbe saperlo argomentare, ma anche in questo caso il direttorio sta dimostrandosi latitante.
Veniamo infine alla questione più importante, il referendum confermativo sulla riforma costituzionale.
Purtroppo è difficile immaginare che i professori e i costituzionalisti a capo del comitato referendario per il NO sappiano trascinarsi dietro un ampio movimento di popolo. Questo tipo di azione politica non è mai stato il loro terreno; inoltre si tratta di persone mediamente piuttosto anziane, che in qualche caso hanno troppo a lungo scelto di non vedere quel che veniva fatto alla Costituzione e che a tutt’oggi non vogliono inquadrare questa battaglia nella logica di uno scontro contro il PD e il suo leader.
Le speranze di riuscire a far vincere il NO sono quindi fortemente legate all’impegno che M5S vorrà o non vorrà esprimere nel rendere vitali i comitati referendari territorio per territorio, il che presuppone la disponibilità a mescolarsi con tanti cittadini e cittadine che pure non votano M5S e intessere relazioni politiche anche con gli altri soggetti organizzati che saranno attivi nei comitati.
Se M5S non uscirà dal proprio autistico isolazionismo e non si mescolerà alla società ciò potrebbe facilitare Renzi nel suo sabotaggio della Costituzione.
La responsabilità di questa scelta è pesantissima.
D’altra parte non possiamo essere certi nemmeno dell’impegno di altri soggetti che fanno parte del fronte del NO.
M5S potrebbe non voler dar l’assalto alla riforma costituzionale proprio per non far cadere l’Italicum, nella presunzione che andranno loro al secondo turno e in quel passaggio sconfiggeranno il PD.
Altri partiti, come Sel, potrebbero invece pensare che la minaccia incombente rappresentata dal M5S potrebbe indurre governo e PD a modificare l’Italicum in modo che il premio di maggioranza torni a premiare la coalizione e non il partito: questo permetterebbe loro di riallearcisi e riparlamentarizzare i propri burocrati. Per questo motivo è probabile che vari soggetti che sostengono il NO al referendum saranno attivi più nella negoziazione sottobanco di modifiche all’Italicum che non nei comitati referendari.
Inoltre in un contesto di guerra aperta con l’UE, il M5S che pure nominalmente è contro l’euro ma che non ha mai supportato questa battaglia con sufficiente convinzione, rischia di veder erodere il proprio consenso da un presidente del consiglio in polemica con l’eurogruppo e che risparmia 4 spiccioli sul costo della politica ( che andrebbe invece considerato investimento in democrazia e pluralismo. Anche la retorica anti-casta presenta il conto, come argomento politico passibile di ritorcersi contro il proprio stesso sostenitore e più facilmente strumentalizzabile da chi desideri la svolta neo bonapartista preferendola alla democrazia e al pluralismo ).
Solo M5S può disarmare a priori questi sporchi giochetti politici, sostenendo attivamente la battaglia per il NO al referendum, uscendo dal proprio isolazionismo e qualificando il senso del proprio euroscetticismo in modo compiutamente antiliberista invece che costruendo la contrapposizione sul mero sentimento antitedesco, come invece farà il governo che non può spostare il PD di colpo su posizioni euroscettiche.
Se il M5S avrà questo coraggio Renzi si ritroverà accerchiato e l’Europa potrebbe trovare sul fronte italiano una nuova, invalicabile, linea del Piave.
Se il M5S non troverà il coraggio di queste scelte di contenuto politico, invece, è probabile che i nemici vinceranno facilmente; sia quelli interni sia quelli dall’esterno.
L’onestà andrà di moda, dicono.
Non contesto affatto l’importanza dell’onestà nell’amministrazione della cosa pubblica, ma l’onestà deve essere una attitudine morale al servizio di un progetto politico.
Se l’attitudine morale pretende di farsi progetto politico, la bandierà dell’onestà si trasfigura da desiderio di maggiore moralità a moralismo, e col moralismo come progetto politico non si va lontani.
E’ ora di crescere e diventare veramente un partito politico maturo.
Questo è l’esame di maturità per il M5S, e non ci saranno sessioni suppletive o esami di riparazione.




P.S.

carissimo Dio dei Soviet, lo so che quando sarò morto, non foss'altro per l'impegno e la fede che ci avrò messo, siederò alla tua sinistra.
Ma per intanto non potresti mandarci giù uno Strelnikov che faccia tanticchia di piazza pulita?
Grazie.